La storia che non c’è

Qual’è il compito dei quotidiani locali qui in Trentino? Quello di fare inchieste, segnalare problemi, raccontare il territorio? No, qui quasi sempre non è cosi e vorrei che qualcuno allora mi spiegasse qual’è il compito e perché sono utili alla comunità e al territorio. L’esempio del racconto che fanno della sanità in Trentino è un esempio. Da più di un mese, per chi ha voglia di comperarli e di leggerli, il tema fondamentale per la comunità sono gli enormi problemi della sanità. I quotidiani locali dettano l’agenda politica e la narrazione del territorio su questo tema.
Ma i fatti dicono che in Trentino non ci sono enormi problemi sanitari, tutt’altro. Basta leggere non le solite classifiche che a loro volta dettano altre agende e altri racconti ma che ne so gli indici di valutazione dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, ente pubblico del Ministero della salute,
oppure l’egregio lavoro svolto dalla scuola universitaria superiore San’Anna di Pisa
Certo ci sono dei problemi, che anche i media hanno il compito di segnalare ma la sanità in Provincia di Trento funziona e bene. Allora a chi giova il gossip, il sentito dire, un’informazione da giornale di metropolitana che fanno i quotidiani locali? Perché i giornalisti non digitano su Google qualcosa e vanno cercare un po’ di dati?
Un territorio deve essere raccontato per come stanno le cose, con i dati e nient’altro. Siamo in un periodo difficile, l’autonomia è sempre in discussione. Quale contributo danno i giornali alla comunità raccontando una storia che non esiste? Forse quella di dare credito a quelli che vedono ancor l’autonomia come un privilegio, alle migliaia di turisti che arrivano in Trentino e leggono una storia che non esiste della sanità locale? E’ compito anche dei giornali, anche se io ne farei sicuramente a meno almeno di quelli locali, tutelare il patrimonio del nostro territorio raccontando i fatti per come sono, con un metodo responsabile e consapevole.

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Perché colonizziamo ancora?

Da più di un decennio in Africa è in atto una nuova colonizzazione. Quella occidentale non è mai finita e quella cinese è così appena partita. La cinese occupa e sfrutta territori in cambio di denaro e grandi infrastrutture e i governi locali cedono. Grandi infrastrutture che spesso resteranno inutilizzate perché anche i cinesi come facemmo noi occidentali costruiscono senza conoscere il territorio, la cultura e i bisogni delle comunità. I cinesi ora stanno nelle sale d’attesa dei governi africani (subsahariani) davanti agli statunitensi mentre gli europei quasi non entrano nemmeno. Quella occidentale si è trasformata e sta riprendendo forza grazie ai grandi investimenti di Facebook, Google a altri della Silicon Valley supportati dal governo Usa. Progetti come internet.org, il Google ballon e molti altri stanno provando a coprire l’Africa di banda e infrastrutture per il Web gestita in toto da queste grandi multinazionali. Disporre in un prossimo futuro delle reti di informazioni e di conoscenza dell’Africa permetterebbe agli Stati uniti di tornare alla pari nelle sale d’attesa dei potenti africani. 

La nuova guida alla cooperazione allo sviluppo preparata da Unimondo Face2Facebook con Fabio Pipinato e molti altri con il supporto della Provincia autonoma di Trento – Pagina Ufficiale propone nuovi metodi per fare cooperazione allo sviluppo equilibrata, sobria e intelligente. Grazie.

Uber nel 1851

Contrapporre Uber ai Taxi, Airbnb a Booking.com non fa bene soprattuto a chi cerca di campare dignitosamente lavorando per l’uno o per l’altro. Goldman Sachs che finanzia bene Uber, uscirà indenne anche da questa lotta. Ma i lavoratori? Chi sta convertendo la propria cucina in ristorante, la propria auto in taxi per talento o per bisogno quanto è tutelato? Da Uber, dalla Goldman Sachs, dallo Stato? Protezione sociale pari a zero, assunzione di rischi, nessuna possibilità di contrattazione. Ma nonostante questo è facile vederli come i nuovi paladini dell’innovazione sociale per un economia della condivisione che spezza l’economia industriale o finanziaria  D’altra parte la retorica e lo storytelling delle startup del web 2.0 è molto più forte di quello della banche e delle economie industriali e per le persone diventa di nuovo facile schierarsi dalla loro parte. Anche questa volta ricorrere alla storia può aiutarci, se non altro a capire. Nel 1851 a Londra all’inizio della Great Exhibition, a proposito di Expo, iniziarono a circolare i bus pirata che diventarono presto fenomeno nazionale tanto da farci una canzone che divenne presto molto popolare.

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Chiunque avesse bisogno poteva rivolgersi guardando le varie bacheche sparse per la città e utilizzare i bus pirata a prezzi di molto vantaggiosi. Vantaggiosi di molto rispetto ai bus tradizionali perché i bus pirata non pagavano come doveva fare la  London General Omnibus Company (LGOC)  l’azienda ufficiale dei trasporti, la pulizia delle strade visto che ogni giorno i bus erano trainati da circa 50 mila cavalli. I cavalli “ufficiali” poi dovevano essere alimentati e mantenuti secondo precise normative che spesso le compagnie pirate non seguivano. Nel 1851 le bacheche ora l’app di Uber. Allora lavoratori sfrattati dalla loro case per costruire l’Expo londinese a Hyde Park e la nuova working class adesso le nuove categorie sociali che provano a sopravvivere alla crisi. E pochi anni dopo nel 1863  sempre e a Londra un altro scontro tra innovatori sociali avvenne tra chi voleva una ferrovia di superficie per diminuire cavalli e carrozze e chi voleva i primi tre km di metropolitana. Vinsero i secondi dopo una serie di incontri pubblici voluti dal Parlamento dove si spiegava alla popolazione vantaggi e svantaggi con una serie di dati e di informazioni fatte con metodo.

Possiamo definire Uber come pirati della proprietà intellettuale dei taxisti come sta provando a fare il governo francese? Nel 1851 non capitò. Si tratta di trasformazioni e è inutile imporre ricorsi storici passati al presente e al futuro che ci aspetta. Le trasformazioni devono essere studiate, elaborate, narrate, con metodo magari iniziando a riconoscere quello che Luca definisce bene come il Grande Wow.

Il palazzo delle Albere, a Trento

Al palazzo delle Albere ci si possono fare tante cose. Qui una di queste.

La narrazione del progetto Palazzo “le Albere”

Un luogo dedicato a laboratori, spazi espositivi e formativi che raccolgano le esperienze del territorio Trentino tra ricerca, scienze e arte

1. un laboratorio con esperienze residenziali a tema Arte e Scienza, con artisti che si confrontano con i temi più avanzati della scienza che si fa in Trentino (dalla genetica per l’agricoltura alla semantica, dallo studio delle reti alla divulgazione avanzata); gli artisti possono essere scelti tra quelli che lavorano sui materiali tecnologicamente avanzati, sulla base di programmi di indagine che ci interessano di più (basta immaginare come si trasforma il senso del turismo quando lo si pensa come viaggio, cioè esperienza culturale e umana a 360 gradi…)
2. ovviamente gli artisti sarebbero internazionali e potrebbero fare seminari in lingua per i ragazzi trentini (compresi quelli che fanno l’università in architettura, design, materie umanistiche) (progetto Trilingue)
3. questo alzerebbe il tono culturale del centro che peraltro sarebbe in parte dedicato a fare da incubatore di imprese culturali innovative (per la scuola del futuro, per le news del futuro, per lo storytelling del futuro…)
4. in più ci sarebbe uno spazio di coworking sul modello di Settimo Torinese (i coworker non pagano l’affitto in denaro ma in lavoro per il centro)
5. ci sarebbe infine una sorta di centro linguistico con l’intento di fare da ponte per il Trentino che parla con il mondo, per la traduzione in varie lingue delle presenze online dei trentini, per corsi di lingua operativi… stage di studenti stranieri in trentino per raccontare il territorio e insegnare le lingue attraverso l’operatività di un progetto per il quale li chiamiamo a Trento…
6. ma la chiave narrativa di tutto sarebbe una sorta di roadmap rivisitata, orientata al centro strategico del nuovo Trentino: agricoltura, turismo, cultura (quindi ci sarebbe anche una sorta di centro di orientamento per raccontare la strategia del trentino e quello che fa di avanzato nei settori chiave della sua economia…)
7. tutto questo potrebbe interessare Muse, Mart, università eventualmente. E si potrebbe creare una relazione stabile con entità internazionali come Ars Electronica o – tanto per fare un esempio il Media Lab del MIT di Boston.

Il progetto si basa su un Business Plan quadriennale, con un break even al terzo anno messo a punto e sperimentato con successo in una precedente esperienza di fondazione di una nuova accademia di Belle Arti sul capoluogo lombardo. La criticità è la fase di avvio che viene ammortizzata attraverso un’adeguata forma di compensazione di valore (ex: comodato d’uso dell’immobile) riassorbito dopo tre anni. Il BP prevede al terzo anno l’avvio di utili e un pareggio tra il quarto e il quinto.

Dalla cultura del consumo alla cultura attiva dell’informazione

“Il giornalismo dopo il giornalismo” oppure “La distruzione dell’autore” oppure ancora “La Pirateria è il metodo civico per la gestione del bene comune”.
Scegliete voi che titolo dare a questo piccolo post.
Rirkrit Tiravanija è un artista situazionista o concettuale. Una delle sue opere piu importanti è il racconto attraverso un video di uno spostamento da una città a un’altra, sede di una mostra dove avrebbe dovuto presentare una sua opera. Il tragitto diventa più importante dell’opera stessa. Il tragitto tra due luoghi è piu importante del luogo stesso da raggiungere, gli incontri con un barman, con degli studenti, con un taxista sono piu importanti degli individui che li generano.
Le sue opere confrontano il senso costitutivo della propria vita parallelo a quello della costruzione di senso dell’opera. Sono opere con un forte componente di dono. Si entra nelle sue installazioni artistiche e le si usa.
O come Pierre Huyghe (raccontato nel libro “Post produzione” di Bourriad) che rifà La finestra su cortile di Hitchcok in una periferia di Parigi con persone prese tra tante lasciando a chi guarda nuove e moderne chiavi di lettura usando l’opera di uno straodinario regista.
E i musicisti quando compongono sanno benissimo che ci sarà un altro musicista che farà un sampling della sua musica. O un dj che la modificherà. Si chiama post produzione.
Perchè non ha più senso parlare di copyright, di furto di notizie, di eccessiva abbondanza di notizie; una ormai vecchia litania che continuiamo a sentire nei produttori profit di conoscenza. Anche gli artisti, come gli hacker stanno smontando il copyright. Ora tocca ai cittadini.
Anche chi scrive su facebook, su un blog, su twitter su qualunque social media fa post produzione. E lo dovrà fare sempre più cercando di impedire che le sue relazioni umane siano di interesse industriale. Leggi un libro o guardi un’opera d’arte? sei un pirata! Lo stai interpretando, lo stai utilizzando, lo stai modificando. La costruzione della conoscenza passa da un’aggregazione che facciamo a ogni istante di tutti gli oggetti d’arte, libri, racconti, che abbiamo interpretato. Postproduciamo conoscenza utilizzando e interpretando tutte le informazioni con cui siamo venuti in contatto. E la sovraproduzione che ne consegue non è più un problema ma come parte opportunità del nuovo ecosistema dell’informazione.
Dalla cultura del consumo dell’informazione alla cultura dell’attivita. Usiamo tutta la conoscenza della Rete, rispettiamo l’opera d’intelletto dell’autore, ma duplichiamola, iterpretiamola, modifichiamola. Il mercato dei vecchi media giornali e tv non è altro che un mercato delle pulci. La loro produzione deve essere riciclata e diventare altro. Il boicottaggio, la manipolazione, la pirateria appartengono ala cultura dell’attività.

Gutenberg, l’inventore di Periscopie

Federico Zappini mi chiede un commento per la sua bella analisi sulla app Periscopie. Ecco i miei due cents.

Periscope è un’ app molto bella. Anche il nome è molto bello così cm il design di interfaccia e d’uso che gli ha permesso di essere comprato da Twitter per quasi 100 milioni di dollari mentre Brightcove e altri servizi simili di streaming video live arrancano da anni. Pare che uno dei primi promotori e utilizzatore del periscopio sia stato Gutenberg, che evidentemente aveva nei geni nel far vedere alle persone le cose come stanno. Tanto che lo propose ai partecipanti a un festa religiosa a Achen in Germania per permettere loro di vedere cosa succedeva oltre le proprie teste. Dal periscopio alla macchina da stampa. Poi il periscopio prese un strada diversa, uno strumento traditore, io sto nascosto, ti vedo e ti siluro. Come sempre l’utilizzo della tecnologia passa dalla responsabilità dell’umanità. Gutenberg ne proponeva un uso utile sociale, altri lo utilizzarono per scopi molto meno nobili, anche traditori e pericolosi. Per Periscopie credo varrà lo stesso. Sarà l’ennesimo straordinario strumento a disposizione, di cui abbiamo naturalmente paura, per aumentare le idee in circolazione tra le persone. Uno strumento anche per chi fa informazione responsabile come il risultato di una ricerca. E tanto migliore sarà il metodo, compreso l’utilizzo di Periscopie, con il quale é condotta la ricerca tanto maggiore sarà la qualitá dell’informazione che ne emerge. Periscopie o periscopio che siano.

Dove c’è molta luce c’è anche molta ombra.

La democrazia rimane il miglior mondo possibile. Gli aggettivi che si possono aggiungere rappresentativa, deliberativa, partecipativa, trasparente possono solo servire a valorizzarla ma sempre senza essere predominanti. Forse è il momento però di darle una mano. Siamo elettori del 21esimo secolo e lo spazio pubblico o la discussione pubblica intorno alle elezioni di fatto è ancora costruito con la tecnologia del 15esimo secolo. Lo si vede da tanti episodi come dai tanti operai che in questi giorni, ad esempio in Trentino, preparano sulle strade le strutture per appiccicare i manifesti elettorali dei candidati per le elezioni delle prossimi assemble cittadine. E al cittadino non può non salire lo stesso stato di ansia, mista a noia e angoscia che si trova nelle prime pagine del libro di Saramago “l’elogio della lucidità” dove in una città qualunque di un paese qualunque il mio , il tuo, il vostro il giorno delle elezioni piove a dirotto, una tempesta perfetta. Ai seggi non si vede nessuno fino a sera quando improvvisamente quasi tutti vanno a votare per poi scoprire al conteggio che piu del 70% dei cittadini ha scelto la scheda bianca. Nel libro questo fatto porta il governo a indire nuove elezioni e poi a inaudite spirali di violenza e accuse insensate del potere contrapposte alla pacatezza e solidarietà tra i cittadini. Nella mia città tutto questo si risolve con modi e toni di discussione noiosi e irresponsabili di purtroppo molti che si stanno preparando per sedere a queste assemble. Stessi toni e modi che usano i loro partiti. Ma come possiamo dare una mano alla democrazia? Certamente i media civici e la nuova infosfera possono contribuire cosi come l’utilizzo dei dati per la trasparenza. A patto che non vengano usati come una caccia alle streghe, come hanno fatto e stanno facendo i media tradizionali in questi anni. Per non finire così a essere noi cittadini il grande fratello che osserva la politica. Perchè la politica non ne ha bisogno e nemmeno noi. Goethe, che l’umanità la conosceva bene, scriveva dove c’è molta luce c’è anche molta ombra. Il metodo dell”infosfera civica ci può dare una mano.

La storia di Agitu

Qualche anno fa una ragazza di 19 anni parte da Addis Abeba decide di venire in Italia a studiare, a Roma. Trova amici e un territorio accogliente. Finiti gli studi decide di tornare a casa sugli altipiani etiopi. Passa qualche anno a combattere il land grabbing che le multinazionali fanno nelle sue terre. Diventa un persona scomoda tanto che le multinazionali iniziano a minacciarla. E quelle lobby sono così forti che riescono a far spiccare un mandato di arresto nei suo confronti costringendola ad andarsene. Si appassiona e impara l’agricoltura, si ricorda di un viaggio fatto tanti anni prima in Trentino e decide di tornarci. In Val di Gresta trova un terreno civico e un vecchio casolare; se ne avrà cura li potrà utilizzare. CI ricava un piccolo appartamento e un caseificio, compera 15 capre della Val dei Mocheni, si accorge che sono simili alle capre degli altipiani etiopi e prova a introdurre il sistema di allevamento etiope in Val di Gresta, in Trentino a 10 mila km di distanza da dove aveva imparato. Se passate in Val di Gresta, passateci, troverete il sorriso e la competenza di Agitu e del buon formaggio biologico che ha il profumo della terra degli altipiani etiopi.
La ringrazio per essere venuta a raccontare la sua storia a #180secondi.

Il suo racconto dal minuto 54

4miliardi contro 2miliardi

Puntuale a fine anno arriva il rapporto della WWW Foundation di Tim Berners Lee sullo stato di salute del Web. Vi sono molti dati noti ma il racconto del rapporto è fatto soprattutto e bene per raggiungere un vasto numero di lettori.

Rimango importanti alcune analisi:
– Mentre l’uso di Internet è salito dal 45% al 78% nei paesi ad alto reddito dal 2005, nei paesi a basso reddito è rimasto al di sotto del 10% anno dopo anno. La penetrazione di Internet è cresciuta di un solo punto percentuale all’anno dal 2011-2013 nei paesi a basso reddito

– Nei paesi più poveri, i relativi costi di accesso a Internet rimangono oltre 80 volte superiore a quello dei paesi ricchi – mentre l’uso di Internet è di 10 volte inferiore.
– Uno su cinque utenti Internet di sesso femminile vivono in paesi in cui è improbabile che possano essere puniti molestie e gli abusi alle donne online.
– Mentre più di quattro miliardi di persone non godono del diritto fondamentale di accesso al Web, i diritti di altri due miliardi di utenti di Internet sono fortementi limitati.
– La libertà di utilizzare pienamente il Web è a portata di una sola su sette persone del pianeta.

L’urgenza è evidente. La democrazia è in crisi, il web può aiutarla e è un’opportunità per migliorarla. Il divario tra 4 miliardi di persone che non hanno accesso a Internet e che vivono per lo più in regimi dittatoriali o semi democratici e i due miliardi che lo hanno deve essere colmato. Credo che il compito più grande spetti agli abitanti della rete. In discussione non è solo la libertà di quei 4 miliardi che vivono in dittature o simili ma anche la democrazia.

Quanto vale la tessera fedeltà del supermercato?

Una nota azienda pochi mesi fa ha presentato lo spazzolino da denti interattivo, non ti lava i denti da solo ma è collegato al tuo telefono e ti dice quali denti hai lavato o meno, se stai facendo troppa pressione, se ti sei risciacquato per bene. I frigoriferi mandano email e ti dicono cosa hai mangiato e quando andare a fare la spesa e saranno presto in vendita. Gli esperti chiamano tutto questo l’internet delle cose. Significa che sempre più oggetti, con dei sensori, sono collegati in internet. E spesso sono oggetti che utilizziamo tutti i giorni. Pneumatici, termostati, scaffali, parcometri, carrelli della spesa, (questi li fanno in una coraggiosa e innovativa azienda trentina) e tanto altro. Talmente tanto che stime recenti dimostrano che ogni secondo nel mondo si connettono a Internet 80 nuovi oggetti. 50 miliardi di oggetti, ma è una stima al ribasso, nel 2020, circa il 3% di tutti gli oggetti esistenti. Tutto questo a prima vista può sembrare solo una cosa divertente o poco altro ma non è così.

Ogni gesto che facciamo nell’epoca digitale ha un valore anche economico. Passare con l’auto sotto il telepass, dare la tesserina fedeltà al supermercato, entrare in un negozio, camminare in un incrocio di una via del centro, scrivere su Facebook.  Tutte questi dati diventano informazioni e valgono miliardi per le aziende. Fino ad oggi tutti questi dati aumentano il fatturato delle grandi aziende che ne dispongo e li rivendono ma sta nascendo un nuovo mercato.

I servizi per la gestione delle informazioni personali. Un recente studio nel Regno Unito  ha valutato che servizi preposti a aiutare le persone  a raccogliere e gestire i propri dati costituirebbero circa 21 miliardi di euro, circa l’1,2 % dell’economia del paese. I servizi servono per raccogliere, memorizzare, gestire, utilizzare e condividere i propri dati sotto il proprio controllo per rendere migliore la vita e le decisioni di acquisto. I costi di raccolta, della conservazione, dell’uso e della distribuzione delle informazioni sono in calo rispetto ai costi di qualsiasi altra merce nella storia. Siamo ormai nella terza rivoluzione non industriale ma della conoscenza. Da una parte il sistema capitalistico ormai nella sua fase calante e dall’altra le informazioni, bene comune e condivise. Oggi più di 2 miliardi di persone creano e mettono online grazie ai loro cellulari e ai loro computer una massa incredibile di informazione, il tutto a costo marginale quasi zero. E stanno arrivando le stampanti 3D e le persone già vendono energia elettrica verde a costo marginale quasi pari a zero e cosi in tanti altri settori. Una parte sempre più grande di servizi e beni che costituiscono la vita economica sono a costo marginale zero quindi praticamente gratuiti.

E’ anche per questo che da qualche parte c’è qualcuno disposto a pagare per conoscere la canzone che cantiamo sotto la doccia. Se Google e Facebook riempiono la nostra vita di sensori è evidente che saranno loro a avere tutte le informazioni possibili. Google ha superato in investimenti tutte le aziende automobilistiche per studiare e produrre l’automobile senza conducente. Tra non molto queste auto saranno sul mercato a un prezzo irrisorio. Con un piccolo particolare. Sul tetto avranno un apparecchio che fotograferà ogni cosa in tempo reale durante i nostri spostamenti. Google quasi regalerà le automobili e in cambio noi costruiremo per lui il nuovo Google maps.

Ma per quanto tempo saremo disposti a regalare dati e ricchezza a queste aziende? Quando inizieremo a capire che disporre dei nostri dati e venderli cambierebbe il paradigma industriale?

Il compito della politica è studiare norme e regolamenti che tutelino i dati e i loro proprietari e aiutare i cittadini nella produzione di questi servizi.

21 miliardi di euro a disposizione prodotti dai cittadini solo facendo quello che facciamo già tutti i giorni; sono 1200 euro circa pro capite che tornerebbero nelle nostre tasche, qualcosa di più di 80 euro. E’ il momento di pensarci.