Kony 2012, i miei due cents

Ci sono tante variabili, tante situazioni da tenere presente. Quando stavo in Africa spesso mi chiedevo come potevo raccontare l’Africa e la sua gente. Meglio il sorriso di un bambino o la sua pancia gonfia perchè piena di vermi? Ho sempre scelto il sorriso perchè anche un bambino con la pancia gonfia trovava un secondo nella sua enorme sofferenza per sorriderti. E quando in Congo un ragazzetto ti viene incontro senza gambe su un asse di legno marcia con sotto 4 rotelle e scopri che le gambe le ha perse su una mina antiuomo messa dai belgi o dai francesi per difendere le loro miniere di coltan che fai? Lo riprendi sulla sua asse o lo intervisti e gli chiedi che è successo, che si aspetta, se ce l’ha con noi occidentali, che futuro vorrebbe? Ho sempre scelto la via meno emozionale ma con il tempo mi sono reso conto che sbagliavo. Perchè li non hanno tempo e io non potevo permettermi di avere pazienza, ogni momento della mia pazienza era una pancia gonfia in più. È cosi lontana quella gente, quella cultura da noi che per iniziare a rendere consapevoli le persone avrei dovuto iniziare dalle riprese emozionali. Ne avrei colpiti di più e gli avrei fatto conoscere il problema. Un inizio di consapevolezza, un piccolo inizio. Ma c’era fretta di farlo.
Tante variabili, tante situazioni. Le distanze, la consapevolezza, la diversità culturale, il tempo; lì non potevo avere strategie, non c’era il tempo. In altri contesti si ma lì non avrei potuto proprio. E ho sbagliato.

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