Articolo interessante di Alessandro Longo su fact checking. Ci siamo anche noi di <ahref.
Appunti post Camp di Bollenti Spiriti a Lecce, di Luca De Biase, aperti ovviamente al contributo di chi vorrà dare una mano…
Fact Checking
Questa sarà la home page del prossimo media civico di ahref. Andrà online sabato prossimo durante il festival del giornalismo. Fact checking. La verifica della notizia. Strumenti di informazione realizzati, gestiti, alimentati da cittadini che si aggregano intorno al progetto di contribuire alla loro società: rispondono al bisogno di sapere come stanno le cose e contemporaneamente generano socialità. Se vi va vi aspetto il 28, grazie!
bel fact checking di Umberto Cherubini ieri su Linkiesta
Il fatto fa un bel pezzo sul bollino di timu. E la rete ne parla, qui su Indigeni digitali, poi Luca, Lidia e tanti altri.
Su indigeni digitali ho scritto:
E’ una bella discussione. Se posso aggiungere i miei 5 cents, vista da fondazione ahref dove lavoro.
Ahref propone uno dei metodi per fare informazione. Chi decide di appiccare il bollino quando fa informazione in web fa un atto di generosità verso chi legge. Scrivo, faccio un video, posto e ti avviso che provo a farlo senza conflitto d’interessi, rispettando la legge e magari nella maniera più accurata possibile. Poi, ovvio, chi mi legge, mi ascolta farà le sue considerazioni bollino o non bollino. MI pare un concetto dialogico semplice. Ci confrontiamo e ti dico che provo a farlo con legalità, accuratezza, trasparenza. Alla ricerca della verità senza che questa sia mai proclamata e dove ovviamente non prevale una legittimazione morale di nessun interlocutore tantomeno di chi ha il bollino.
Vincenzo e gli amici di rassegna sindacale che ringrazio ancora tanto, mi hanno invitato a scrivere un pezzo su timu, eccolo:
Croydon, 4 settembre 2011
Scrivo queste righe mentre sono a Croydon, sobborgo londinese, teatro pochi giorni fa delle azioni violente dei riots.
Le persone incontrate mi riferiscono della percezione sentita di come i media sociali siano stati il primo veicolo informativo durante i disordini. I medici dell’ospedale di Croydon grazie a twitter sono stati in grado di agire tempestivamente per anticipare interventi chirurgici complessi nel timore di disordini all’interno dell’ospedale. Alcune comunità turche si sono organizzate posizionandosi davanti alle vetrine dei loro esercizi impedendo così i furti dei rivoltosi. Le persone usavano twitter per sapere quali erano le strade piu tranquille per poter raggiungere casa.
Ma cosa sono i media sociali, cos’è il web? È un luogo, un’ opportunità, le conversazioni, la narrazione, la socievolezza che entrano con straordinaria importanza come luogo terzo anche in chiave prospettica. Sono la riproposizione in chiave moderna dei cafè ottomani di fine ottocento che Jedlowsky definisce la preistoria dei social network. Socievolezza e sfera pubblica intese a loro volta come tipi di conversazioni, dotati di regole, strutture e funzioni diverse. Diversi tipi di conversazioni quindi che si intrecciano tra di loro. Un passaggio che si evidenzia nelle pratiche che si dispiegano in quelli che Ray Oldenburg ha chiamato “luoghi terzi” quelli spazi cioè intermedi tra l’ambito professionale e quello familiare caratterizzati da una socialità informale, al cui interno le persone hanno modo di impegnarsi in conversazioni spontanee su argomenti vari.
In questo nuova desiderata transizione dall’economia industriale all’economia della conoscenza prova a stare la fondazione <ahref; un contesto nel quale il concetto di qualità dell’informazione è tra le nozioni che più sono investite dalla trasformazione. Nel paradigma precedente, la qualità era il frutto implicito dei filtri editoriali, delle autorità tradizionali, dei poteri che erano in grado di consentire o non consentire la pubblicazione. Questi fattori non hanno certo cessato di funzionare. Ma si trovano a dover inseguire una situazione in cui tutto può venire pubblicato e di fatto viene pubblicato senza molti filtri preliminari in rete, per dover poi essere cercato, valutato e interpretato con l’utilizzo di tecnologie e pratiche completamente rinnovate e in piena evoluzione.
La qualità dell’informazione nell’epoca dei media sociali risulta dunque un argomento di ricerca di primaria importanza, anche perché è alla radice della costruzione dell’agenda comune e del coordinamento tra gli abitanti di un territorio. Comprendere le dinamiche della qualità dell’informazione nei media sociali significa anche arrivare a proporre delle ipotesi sulla fattibilità della costruzione di piattaforme in grado di incentivarla, rifiutando programmaticamente qualunque progetto di definizione “top down” della qualità che non solo sarebbe perdente viste le logiche della rete ma ne tradirebbe il compito storico di riequilibrare il capitale sociale disperso dall’eccesso di influenza dei media gerarchici che si era verificato nel paradigma precedente; in realtà, proprio puntando a comprendere come possa emergere un insieme di pratiche orientate alla qualità dell’informazione in rete in una logica “bottom up” si dovrebbe poter arrivare a rinnovare la concezione stessa di qualità dell’informazione, migliorando la dinamica della formazione dell’agenda comune.
Il compito di <ahref consiste nello sviluppo di una ricerca sulla qualità dell’informazione che emerge dalla rete sociale abilitata da internet e i media digitali, con l’obiettivo di ipotizzare, disegnare, implementare, sperimentare e testare logiche incentivanti che favoriscano il miglioramento della qualità dell’informazione stessa.
E proveremo a farlo tutti insieme per dare più valore all’informazione dei cittadini, come sul social network timu (www.timu.it), partito pochi giorni fa, che propone visibilità, premi e credibilità perchè l’informazione che si produce su timu rimane di proprietà di chi l’ha fatta e verrà promossa sui grandi media, perchè gruppi e organizzazioni possono usare timu per proporre ai cittadini di partecipare alle inchieste e premiare i contenuti migliori e perchè la vera forza dell’informazione dipende dal metodo con il quale è generata.
Lo faremo quindi condividendo un metodo che contiene quattro principi essenziali:
accuratezza e riguarda dati, persone, luoghi e fatti. Fa parte dell’accuratezza attribuire propriamente frasi, dati, identità e fatti. Ad ogni imprecisione la storia perde credibilità agli occhi del pubblico, finendo con il negare anche la validità del contenuto.
indipendenza. La trasparenza ossia rendere sempre informato il lettore di potenziali conflitti e, in alcuni casi, astenersi del tutto dallo scrivere quando la portata del conflitto è troppo grande
imparzialità. Come l’atto di sollevare una pietra da terra e nel processo di doverla raccontare, guardarla da tutti i lati, osservare quello sporco ma anche quello pulito (se e quando ci sono).
legalità. Le leggi a difesa della privacy e ai regolamenti a tutela dei minori che vanno sempre rispettati. Nel principio di legalità rientra anche la protezione delle fonti anonime che sono un bene spesso necessario per chi fa informazione.
L’incontro delle persone e la narrazione delle esperienze un‘ opportunità soprattutto per chi saprà comprendere il senso di responsabilità di ognuno di noi.
Caro direttore, Mohammad Nabous, detto Mo, è caduto sotto i colpi di un cecchino lealista libico che ha spento così una voce che informava attraverso internet sul movimento di liberazione del Paese nordafricano. Le microwebtv italiane, diventate quasi 400 nel giro di un lustro, lo hanno ricordato «a reti unificate» nei giorni scorsi, con la partecipazione di chi sa quanto Mo sia stato un testimone importante della battaglia per la libertà.In Tunisia e in Egitto, la rete è stata usata con successo per l’organizzazione delle proteste che sono riuscite a cambiare il regime. In Iran, la stessa rete ha alimentato il risentimento di una parte della popolazione nei confronti del governo, ma è servita anche alla polizia che l’ha usata per trovare i dissidenti e punirli. In Kenya, Ory Okolloh è riuscita a mettere in piedi una piattaforma, Ushahidi, che consentiva a tutti di segnalare e mappare con gli sms e via internet le violenze perpetrate dal governo contro gli oppositori nel corso delle ultime elezioni. In Giappone, migliaia di cittadini hanno condiviso in rete l’orrore dell’onda che travolgeva il loro Paese dopo il terribile terremoto, filmandola o fotografandola con i loro cellulari. Dell’attentato di Al Quaeda a Londra, il mondo è stato informato prima di tutto dalle immagini delle persone che mandavano in rete foto con il telefonino. Le prime notizie, emozionate, impaurite, sul disastroso terremoto in Abruzzo sono uscite su Twitter. I giornali ne hanno dato conto, hanno chiamato le persone che avevano pubblicato quei messaggi, hanno dato voce alla loro esperienza diretta. L’ecosistema dell’informazione è in pieno fermento innovativo. Ma internet non è il soggetto, è solo l’abilitatore di un movimento piuttosto complesso, i cui protagonisti sono le persone, che si esprimono, si connettono, si scambiano notizie, commentano, criticano, si organizzano. Milioni di persone, centinaia di milioni di persone che pubblicano video e testi, foto e disegni, numeri e link. In ogni angolo del mondo, nei cieli democratici e in quelli autoritari, aprendo nuove strade all’informazione e trovandone altre costantemente chiuse. I contesti storici contano più delle tecnologie. In Italia, la rete è una fantastica opportunità di modernizzazione dell’accesso all’informazione e della partecipazione alla sua produzione. Le iniziative per contribuire pullulano in ogni parte del Paese, nella forma di nuovi giornali online, blog, piattaforme collaborative, microwebtv e molto altro. Ma i cambiamenti sono stati più profondi che apparenti. L’agenda collettiva resta dettata dai mezzi di informazione tradizionale. La ricchezza della rete resta ai margini del dibattito, mentre nove ragazzi su dieci coltivano le loro relazioni su Facebook ma restano alla larga dai giornali di carta. Più che una riforma dell’informazione, l’Italia sembra vivere un’ennesima frattura: tra chi è connesso e chi no, tra chi è interessato ai giornali e chi no, tra chi vota e chi no, tra chi partecipa alla vita comune e chi no. I motivi sono molti, ma dalla cultura della rete emerge almeno un atteggiamento fattivo: c’è l’opportunità, per chi voglia, di fare qualcosa. Le conseguenze di queste iniziative — spontanee, generose, oppure faziose e manipolatorie dipendono da molti fattori. Come si può restare con le mani in mano di fronte a tale cambiamento? Come non vedere la potenzialità innovativa che sta emergendo da tutto questo? Perché non tentare di progettare iniziative per comprendere quello che avviene e per favorire i cittadini che vogliano cogliere l’opportunità con spirito costruttivo e con obiettivi di qualità dell’informazione? La Fondazione Ahref è nata per contribuire proprio a questo, in chiave non profit e non partisan, con una funzione precompetitiva e con un orientamento alla ricerca collaborativa. Finanziata dalla Fondazione Bruno Kessler e da Informatica Trentina, è partita formalmente nell’aprile del 2010, ha attraversato il suo doveroso percorso nelle esigenze della burocrazia e ha potuto cominciare a operare fattivamente solo nell’autunno dell’anno scorso. In questi mesi di lavoro ha progettato le sue attività, ha fatto ricerca, ha selezionato i candidati e assunto i suoi collaboratori, ha trovato le ragioni di importanti accordi preliminari con partner che ritengono di poter avviare progetti in collaborazione, ha scritto software e realizzato il suo sito, destinato a uscire domani, lunedì. Al suo esordio, il sito ospita una discussione tra alcuni grandi testimoni del cambiamento descritto. David Weinberger, che insegna a Harvard e fa parte del comitato scientifico della Fondazione. Paul Steiger, direttore di Pro-Publica, grandissima iniziativa non profit e non partisan di New York che con le sue inchieste ha già guadagnato un Pulitzer, anch’egli nel comitato scientifico. E poi Chris Brooks di Sciences Politiques a Parigi e John Lloyd dell’istituto di ricerca sul giornalismo della Reuters. Seguiranno altri interventi, tutti orientati a comprendere come sta evolvendo il concetto di qualità nel sistema dell’informazione. Inoltre, sul sito si trovano le attività svolte e i progetti avviati. Con uno stile preciso: dare ai cittadini l’informazione sui fatti e non sugli annunci. L’idea è chiara: mettere a disposizione dei cittadini gli strumenti che facilitino chi contribuisce all’informazione di qualità usando internet e i media sociali. Il che implica fare ricerca, appunto, sul concetto di qualità e creare condizioni, tecnologiche, finanziarie, educative, che rendano la vita più semplice alle persone e alle organizzazioni interessate. Il lavoro da fare è enorme. E con l’avvio del sito comincia a vedersi.
Luca De Biase, presidente Fondazione Ahref
E’ online wavu che prova a informare sull’informazione nei social media. A me pare interessante, ma è un progetto della Fondazione <ahref, dove lavoro, quindi di parte…