A volte mi vengono strane nostalgie…
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Il senatore di An Nino Strano festeggia in Senato la caduta di Prodi mangiando mortadella.
Quanta vergogna avranno provato tutti quelli che hanno votato questo schifo di uomo qui sopra?
Di Padre Gabriele ce ne vorrebbero tanti. Gabriele ha costruito una comunità a Nyahururu verso il nord del Kenya, Saint Martin. Ci sono stato alcuni anni fa e lì la cooperazione è davvero cooperazione, la comunità è davvero comunità. La gestione è orizzontale è tutti si sentono e sono partecipi. Mi ha scritto questa lettera sugl’ultimi accadimenti, è un pò lunga ma son 10 minuti spesi bene.
Maria custodiva
tutte queste cose,
meditandole
nel suo cuore.
Gennaio 2008
Carissimi,
Pace!
Alcuni amici mi hanno chiesto di scrivere qualcosa su quello che sta succedendo qui in Kenya in seguito alle elezioni. Scrivo dopo qualche giorno, quando l’interesse dei media italiani si è spento, perché non vorrei raccontare gli orrori di cui siamo testimoni, né fare una analisi dei fatti, ma solo dire qualche parola su quello che vive la mia comunità.
Durante la preghiera all’inizio del nuovo anno, John ha raccontato di come avevano ucciso suo fratello e Monica ha narrato la violenza subita dalle sue sorelle. Altri hanno condiviso storie di dolore, di paura, di preoccupazione per familiari e amici chiusi in campi profughi o dei quali non si hanno notizie da giorni.
Ne è seguito un lungo silenzio.
Njoroge ha rotto quel silenzio per raccontare di sé:
“Sono Kikuyu, e dalla nascita mi è stato detto che la mia tribù è migliore delle altre.
Sono nato a Eldoret dove i Kikuyu sono una piccola minoranza eppure i miei genitori hanno sempre votato un Kikuyu a rappresentarli in tutte le istituzioni, perfino in parrocchia. Anch’io ho votato come loro:
non ho mai trovato una persona degna di rappresentarmi che non fosse Kikuyu.
Mi avevano insegnato a dividere il mondo in buoni e cattivi
e io appartenevo al gruppo dei buoni.
Il nemico era fuori dal mio gruppo e il male una minaccia esterna.
Riconosco che proprio questo modo di vedere le cose crea muri di separazione tra di noi e ci allontana gli uni dagli altri, ci rende ciechi alle ragioni altrui e sensibili solo alle nostre.
Adesso ho aperto gli occhi: il male non è fuori, ma è dentro di noi.
Chiedo perdono. Sono io che devo cambiare
e il mio cuore che ha bisogno di essere trasformato. Vi chiedo di pregare per me.”
Le parole di Njoroge commuovono molti di noi.
Altri si indignano: lo giudicano arrendevole, debole e senza riconoscenza per il clan a cui appartiene. Chi tenta di mediare non e’ benvenuto e il tribalismo mette le sue tende anche tra di noi.
Devo imparare ad essere paziente: quelli che incontro non sono cuori cattivi, ma cuori feriti che si chiudono e si difendono. Chiedere loro di aprirsi e capire anche la sofferenza degli altri può diventare una ulteriore violenza.
Devo imparare da Njoroge a non giudicare i miei fratelli, ma a riconoscere che il male abita dentro di me: sono io a dover cambiare.
In questi giorni difficili, ho riletto il diario che Etty Hillesum ha scritto prima di venire cremata in un campo nazista:
Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi;
e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra,
che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume.
Non credo più che si possa migliorare qualcosa del mondo esterno
senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi.
È l’unica lezione di questa guerra:
dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove.
È proprio l’unica possibilità che abbiamo, non vedo altre alternative,
ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso
ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri.
E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo
lo rende ancor più inospitale.
Riconosco che la mia è una posizione privilegiata: non appartengo a nessuno dei due gruppi che lottano tra di loro. È facile parlare per uno come me.
Ci sono momenti in cui non si deve insistere con le parole, ma rimanere in silenzio, pregare e cercare di entrare nel mistero della sofferenza come Maria, la quale
“custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”.
È il vangelo del Natale, ma è anche il vangelo di Pasqua, quando Maria resta in silenzio sotto la sua croce non potendo piu’ fare nulla per suo figlio se non custodire la speranza.
Dopo avere fatto tutto il possibile per aiutare i nostri fratelli e crescere assieme verso la giustizia e la solidarietà, dobbiamo anche imparare a rimanere sotto la croce, in silenzio, meditando ogni cosa nel nostro cuore per trasformare il dolore in un amore più umile e più vero.
Imparare da Maria che rimane sotto la croce, ma non con un vuoto nel cuore. Rimane vicina a suo figlio, custodisce la speranza nel suo cuore e mantiene viva dentro di sé la fede in Dio e la fiducia negli uomini.
Sono testimone di questa speranza nel sorgere della società civile in Kenya.
Mass media, associazioni, clubs, rappresentanti di tutte le chiese e di molte organizzazioni governative e non governative stanno facendo una forte pressione sui due candidati alla presidenza perché ci sia pace in questo paese. Il loro è un insistente appello perché Kibaki e Raila possano sedersi allo stesso tavolo e cercare un compromesso accettabile per entrambi, mettendo da parte il proprio tornaconto a favore del bene comune.
Non so quale frutto porterà questo movimento, ma rimarrà nella storia di questo paese come una reazione straordinaria e un segno di maturità che si contrappone alla follia delle violenze di questi giorni.
Sono testimone di speranza anche tra le migliaia di sfollati Kikuyu che arrivano qui da noi dopo essere fuggiti dalle zone degli scontri. È incredibile la mobilitazione in atto: molti di loro trovano ospitalità da parenti, da amici e conoscenti che hanno creato una rete di solidarietà improvvisata e straordinaria.
Molti rimangono nei campi profughi allestiti in questi giorni. Una parte del nostro personale ha lasciato le normali occupazioni per dedicarsi all’accoglienza. Cerchiamo di coinvolgere le nostre comunità nell’assistenza di queste persone che hanno perso tutto, tranne la loro dignità. I profughi raccontano le orribili violenze che hanno subito e la nostra gente risponde con gesti di fraterna accoglienza e generosità.
Gli opposti si toccano dentro il cuore degli uomini: c’è rabbia, vendetta, violenza, ma c’è anche tanta generosità, capacità di condividere e amore fino al sacrificio di se stessi.
Mi piacerebbe tanto saper cantare la solidarietà, che è il fiore della speranza nato dentro le piaghe di questa gente. Affido il mio canto di speranza ad un’altra pagina del diario di Etty Hillesum:
…sono accanto agli affamati, ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno
ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la finestra,
in una vita c’è posto per tutto. Per una fede in Dio e per una misera fine…
Le mie rose rosse e gialle si sono completamente schiuse.
Mentre ero là, in quel inferno, hanno continuato silenziosamente a fiorire.
Molti mi dicono: come puoi pensare ancora ai fiori, di questi tempi.
Ieri sera, dopo quella lunga camminata nella pioggia,
sono ancora andata a cercare un carretto che vendesse fiori
e così sono arrivata a casa con un gran mazzo di rose.
Ed eccole lì, reali quanto tutta la miseria vissuta in un intero giorno.
Nella mia vita c’è posto per tante cose. E ho così tanto posto, mio Dio.
Oggi, mentre passavo per quei corridoi così affollati,
ho sentito improvvisamente un gran desiderio d’inginocchiarmi sul pavimento di pietra,
in mezzo a tutta quella gente.
L’unico atto degno di un uomo che ci sia rimasto di questi tempi
è quello di inginocchiarci davanti a Dio…
…si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite.
Ieri sera mi sono fermato in ufficio fino a tardi e la guardia notturna mi ha informato che davanti al cancello c’era un bambino.
Sono uscito e ho trovato Ndirango: era impaurito, tremante e affamato. La sua mamma è Luo, il papà Kikuyu. Il papà è stato ucciso negli scontri di questi giorni e la mamma ha fatto salire Ndirango su un camion perché potesse fuggire e salvarsi. Il camion lo ha fatto scendere a Nyahururu e lui si è nascosto e ha pianto per due giorni. Disperato.
Aveva fame e l’ho accompagnatoato nel nostro centro per ragazzi di strada e ho visto la gioia nei suoi occhi nel sentirsi accolto e protetto. Di quanto tempo e pazienza avrà bisogno Ndirango per guarire le ferite del suo piccolo cuore? Saremo capaci di accompagnarlo in questo cammino, noi che a nostra volta abbiamo sofferto?
È così facile vedere Gesù in Ndirango, essere solidali con la sua triste storia, e sostenere le sue debolezze. Ma il vangelo ci chiede di vedere Gesù anche nei nostri nemici, di riconoscerlo in coloro che ci perseguitano e pregare per loro.
L’odio è un fardello troppo pesante da portare.
Oggi ho speso tutta la giornata a far visita a famiglie dove vivono persone che hanno disabilità mentali e fisiche.
John ci ha accolto nella sua casa e ci ha fatto una grande festa. Chiama mamma una donna che a me sembra perfino più giovane di lui.
Chiedo spiegazioni e la donna racconta.
Si chiama Maria e nel 1997 è dovuta fuggire da Molo a causa degli scontri tribali senza neppure avere il tempo di seppellire i suoi cari uccisi negli scontri. Dopo essersi sistemata alla meglio in un pezzo di terra che non le appartiene, ha voluto diventare volontaria del progetto che si occupa di persone disabili. I suoi vicini erano i genitori di John e una notte lasciarono la capanna dove abitavano, abbandonando John al suo destino.
Lei non pensò alla miseria della sua condizione e lo prese a casa sua.
Assieme ai suoi figli, dividono il poco che hanno con John da ormai sette anni.
Ci apre il suo cuore e racconta:
“Non auguro a nessuno quello che ho vissuto a Molo
e le violenze che la mia famiglia ha dovuto subire.
Quando John è stato abbandonato
ho capito che il Signore mi chiamava a trasformare il mio dolore in amore.
L’odio è un fardello troppo pesante da portare
e solo l’amore può eliminarlo dal nostro cuore.
Accogliendo John tra di noi potevamo aiutarlo,
e questo amore avrebbe aiutato anche noi. Siamo felici di essere assieme.”
La gioia che ho incontrato in questa mamma sostiene la mia povera fede e mi rincuora.
Sono stato anch’io testimone di quelle violenze 10 anni fa, e non avrei mai pensato che quella sofferenza potesse trasformarsi in bene nel cuore di una povera donna.
Vorrei imparare da Maria, a rimanere sotto la croce dei miei fratelli crocifissi per custodire la speranza e la fiducia, senza permettere al mio cuore di essere abitato dal rancore e dal risentimento perché l’odio é un fardello troppo pesante da portare.
Chiudo questa mia lunga lettera con un frammento di una predica di Martin Luther King Jr:
“Ho visto troppo odio per voler odiare anch’io,
e ho visto l’odio sulle facce di troppi sceriffi
per voler odiare anch’io;
e ogni volta che lo vedo, dico a me stesso,
l’odio è un fardello troppo pesante da portare.
In qualche modo dobbiamo riuscire
a metterci davanti ai nostri più accaniti oppositori e dire:
‘Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze
con la nostra capacità di sopportare le sofferenze;
andremo incontro alla vostra forza fisica
con la nostra forza d’animo.
Fateci quello che volete,
e noi vi ameremo ancora.
Metteteci perciò in prigione,
e noi vi ameremo ancora.
Lanciate bombe sulle nostre case
e minacciate i nostri figli,
e noi vi ameremo ancora,
per quanto difficile possa essere.
Mandate i vostri sicari incappucciati nelle nostre case,
a mezzanotte,
trascinateci fuori ai margini di qualche strada
e lasciateci mezzi morti dopo averci picchiati,
e noi vi ameremo ancora.
Mandate in giro per il paese i vostri agenti di propaganda
e dipingeteci inadatti culturalmente,
e da ogni altro punto di vista, all’integrazione,
ma noi vi ameremo ancora.
Però siate sicuri che vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire
e un giorno conquisteremo la nostra libertà.
Non solo vinceremo la libertà per noi stessi:
faremo appello al vostro cuore e alla vostra coscienza a tal punto
che alla fine vinceremo anche voi,
e la nostra vittoria sarà duplice’.”
Vi chiedo di pregare per questo popolo perché ritrovi presto la strada della giustizia e dell’unità. Il paese è ad un bivio pericoloso, ma io spero che avremo il coraggio di scegliere la via della pace. Vi chiedo di pregare anche per me.
Con affetto vi benedico, Gabriele
“Dicono gli operai che i sette, alla fine, sono morti perché da tempo erano diventati come invisibili. Si spiegano con le parole di Ciro Argentino e Peter Adamo, trent’anni: l’operaio ovviamente esiste, cazzo se esiste, manda avanti un pezzo di Paese, e soprattutto a Torino lo sanno tutti. Ma esiste in fabbrica e non fuori, nel lavoro e non nella testa della politica. Ma lo sapete voi, aggiunge Fabio Carletti della Fiom, che nell’assemblea del Pd appena eletta a Torino non c’è nemmeno un operaio? Che in tutto il Consiglio comunale ce n’è uno, perché il sindacato si è trasformato in lobby e ha minacciato di fare una lista operaia separata, supremo scandalo per la sinistra? Dice Peter che l’invisibilità la senti tutto il giorno, quando vai a comprare il pane, quando esci la sera. Per le storie veloci con le ragazze in discoteca, fai prima a dire che sei un rappresentante, vai più sul sicuro. Non è rifiuto o disprezzo, aggiunge Davide Provenzano, 26 anni, è che sei di un altro pianeta. Credono di poter fare a meno di te. Da bambino, spiega, vedevo con mio padre al telegiornale le notizie sul contratto dei metalmeccanici, “undici milioni di tute blu scendono in piazza”, adesso, non si sa quanti siamo, un milione e sette, uno e otto? Il sindaco Chiamparino sa di chi è la colpa: quelli che pensano alla modernità come a una sostituzione, l’immateriale, l’effimero al posto del manifatturiero, mentre invece è moderno chi gestisce la complessità, la fine di una cosa con l’inizio dell’altra, sopravvivenze importanti e novità salutari. “Chiampa” dice che lui non potrebbe dimenticare gli operai, la sua famiglia viene dalla fabbrica, il figlio di suo fratello ha la stessa età e fa il lavoro dei ragazzi della Thyssen, però è vero che si lamenta perché i riformisti non usano più quella parola, operaio. E tuttavia non si può tornare agli anni Settanta.”
Per evidenziare, al contrario di come riporta la nostra stampa, che i disordini non sono provocati da questione di etnie tra Luo e Kikuyo, basta una frase presa da un post di Kizito:
“E’inidcativo che nei quartieri ricchi kikuyu, kamba, luo luhya, maasai eccetera visono fianco a finaco senza nessun problema.”
Grazie Kizito!
Il solito buontempone di Alberizzi, che conosce l’Africa come le sue tasche (se passate da Nairobi lo potete incontrare spesso sulle strade in un vecchio taxi londinese, sicuro retaggio dell’impero coloniale, con adesivi del Corriere delle Sera appiccicati ovunque) ci regala l’ennesima perla dal centro Africa. Relegando la cronaca dei tragici avvenimenti in Kenya negl’ultimi due capoversi dell’articolo ci racconta un po’ di quella che per lui evidentemente è cronaca rosa o gossip fate voi. Malocchio e magia in Africa non sono solo ridicole e assurde superstizioni come il giornalista ci vuol far credere ma sono parte integrante e radicata del pensiero e della filosofia africana. Basta leggere qua è là qualche articolo o libro di antropologia per iniziare ad approfondire. Glielo spedisco Alberizzi?
upgrade: e gli riesce pure il proselitismo
Dal blog White African la mappa dell’eccidio a Eldoret in Kenya
Lo scorso anno di questi tempi eravamo a Nairobi per preparare la webtv del World Social Forum 2007, dove si parlava di libertà di diritti umani, di democrazia.
Oggi laggiù si soffre e si cerca la liberta. A Uhuru Park dove un anno fa ci fu la festa conclusiva del World Social Forum si stanno radunando molte persone per chiedere il riconteggio delle schede elettoriali.
upgrade: la manifestazione è stata rinviata al 8 gennaio
Qui potete trovare molte informazioni e foto di quello che sta succedendo:
http://blog.thinkersroom.com/
http://kumekucha.blogspot.com/
http://josephkaroki.wordpress.com/
poi una lista davvero completa.
Per chi vuole approfondire e conoscere un po’ meglio il Kenya e le slum di Nairobi consiglio la lettura di “Eccessi di città”, di Fabrizio Floris; riporto anche alcune pagine davvero interessanti e seppur se scritte nel 2001 ancora attualissime soprattutto in questi giorni tragici per il Kenya
Nairobi il mondo abita qui: ovvero come trovare in una sola città le contraddizioni di un intero pianeta – Nairobi, 31 gennaio 2001 -
L’altra sera verso le otto Manuel passeggiava in una zona ritenuta tranquilla. All’improvviso dalla bush sono spuntati alcuni individui, gli si sono avvicinati senza dire parola mentre un terzo da dietro lo tramortiva con una spranga di ferro. Attimi di paura e poi il nulla solo un forte mal di testa e freddo perché era rimasto in mutande.Forse perché si trovava in una zona periferica?La scorsa settimana una suor Emily è morta dissanguata, dopo essere stata investita in pieno centro cittadino, perché nessuno si è fermato per soccorrerla. La consorella che l’accompagnava chiedeva aiuto, tra l’indifferenza generale e le richieste di denaro in cambio del soccorso. Una settimana fa in un negozio del centro un volontario del CRS (Caritas statiunitense) e’ stato ucciso perche’ dei ladri, lo hanno scambiato per un poliziotto quando hanno sentito squillare il suo cerca-persona. Ieri Richy, volontario laico italiano della diocesi di Rumbek – Sudan -, ha rischiato di fare la stessa fine del collega americano. Si trovava in pieno centro cittadino alle 11,30 del mattino, quando e’ iniziato un scontro tra hawkers –venditori informali- e polizia, nella confusione si sono inseriti ladri ed altri elementi di difficile collocazione che dopo avergli rubato i soldi distrutto l’auto hanno tentato di lapidarlo. Ripete Richy “se sono vivo e’ grazie a Dio” e a vedere le pietre grandi come angurie all’interno della sua auto c’e’ da credergli. La sua faccia insanguinata e’, oggi, sulle prime pagine di tutti i giornali. Ha uno zigomo rotto, trauma cranico, naso rotto, ferite in diverse parti del corpo, qualche costola incrinata e altro, ma se la cavera’. Interessante sentire le diverse versioni sull’accaduto, mentre Richy cerca di difendere i suoi assalitori sostenendo che forse lo hanno scambiato per un indiano – sono i commercianti con cui sono in lotta gli hawkers -, per contro Mwanghi sostiene che invece lo volevano proprio ammazzare. “E’ risaputo che i Kikuyo cercano di incrementare il caos per potersi liberare del presidente Moi e la morte di un europeo e’ una buona opportunita’ per alzare la tensione”. Lo scorso agosto e’ stato ucciso padre Kaiser, missionario di Mill Hill, stava dimostrando il coinvolgimento di alcuni politici locali negli scontri tribali, che avevano causato decine di morti nella Rift Valley. Un’abile manovra politica ha attestato la tesi del suicidio, in sostanza era depresso e’ quindi si sarebbe suicidato sparandosi alla nuca con un fucile in dotazione alla polizia da una distanza di tre metri. Una cosa da africani? L’ambasciata americana ritiene credibile la tesi del suicidio.Da dove viene questa brutalità? Possibile che sia la ricchezza a generare questo virus? Difficile rispondere, fatto sta che nelle città economicamente più avanzate dell’Africa c’è maggiore violenza che nelle città povere. Questa ricchezza si erge al rango di divinità onnipotente, al di sopra di tutto e con cui si può tutto. Si può fare una casa in una strada di transito e impedire agli abitanti più prossimi di uscire dalla propria abitazione, si può uccidere una persona ed essere liberi dopo un breve interrogatorio.Queste culture che avevano resistito allo shock coloniale sembrano cedere di fronte al denaro. Nella tradizione occidentale la ricchezza è abbinata alla fatica, all’impegno, all’intelligenza qui arriva completamente deconstestualizzata ricchezza e basta, solo pesa. Del processo di colonizzazione culturale in atto passa solo la parte più immediatamente visibile, la casa, i vestiti, la macchina. La fatica di costruire, l’impegno, il sacrificio non si vedono. Nel tempo dell’accellerazione dei processi economici si punta a diventari ricchi e subito. Lo spirito, l’anima e la società scompaiono. Non c’è fiducia. In ogni frase o discorso si insinua il virus della menzogna, come riperte Manuel “io non credo a nessuno”. Ne deriva un individualismo senza società, un’economia senza capitale sociale, una giustizia senza legge. Il muro comunitario e di solidarietà tipico del villaggio vacilla: “quando si tratta di soldi i keniani non scherzano” ripete drasticamente Manuel. Il denaro ha come surclassato tutti i valori che la gente conosce, possiede, ma che lascia sommersi negli abissi dell’animo. Esso genera come uno stato d’ipnosi temporanea che porta a dimenticare i propri valori. La stessa tradizione della dote, che in passato era di fatto una forma di garanzia alla solidità del matrimonio, diventa una specie di mezzo per estorcere denaro.E poi problemi su problemi che si concentrano su uomini e donne che sono il volto della Sindone che cammina. Si va dal peso dei problemi, al peso dell’acqua sulla testa delle donne e tra le braccia dei bambini che a 4-5 anni portano già due taniche da 5 litri. Quello che non c’è è il peso sulla coscienza di una classe dirigente che continua a far crescere grattacieli, ma non fa nulla, se non angariare, per i bambini che ai loro piedi chiedono qualche scellino. In questa situazione di insicurezza generalizzata tutti sono poveri, tutti sono a rischio, tutti non possono aiutare perché tutti hanno bisogno. Ognuno è mendicante. Ognuno ha qualcosa da dover mendicare, dal cibo alla giustizia, ma dov’è la pace? Cos’è la pace? L’ansia delle notti passate in luoghi sicuri? La fibrillazione degli slums? E questo proselitismo non è anch’esso violenza?Come nella teoria della concorrenza perfetta non c’è spazio per il bene comune, e la mano invisibile non è in grado di crearlo. Tutti corrono per essere i primi a mangiare una torta che diventa ogni anno più piccola. All’ineguale distribuzione della ricchezza non c’è altra scelta che preferire l’uguale distribuzione della povertà? Forse si tratta di un’alternativa troppo rigida, ma concretamente le scelte devono passare per queste strade.I furto è il modo più utilizzato per “allargare la torta”, ma è chiaramente un gioco a somma zero. Nel buio qualcuno si muove, chiese, ong, partiti di opposizione tutti uniti, nell’Ufungamano, per chiedere una riforma della costituzione.In questa città mancano luoghi pubblici dove i confini si attenuino, dove l’altro sia colto nella sua diversità e nella sua similarità. Non esistono spazi di confronto autentico, ogni voce è sola lungo queste strade e dentro questi autobus. Forse gli spazi più vitali sotto questo aspetto, sono gli slums. La stretta vicinanza, l’incombere continuo di difficoltà comuni, gli anni passati insieme nello stesso fazzoletto di terra, sono sempre più spesso collante per iniziative e lotte comuni. La famiglia di Jemina vive nel quartiere di Grogon, una delle zone più povere e pericolose della baraccopoli di Korogocho. Insieme ad altri vicini ha deciso di formare un gruppo di vigilantes per controllare la sicurezza del quartiere. Da quando ci sono i gruppi di giustizia e pace promossi dalla parrocchia di S. John, secondo Jemina “tutti sanno i loro diritti e sono più consapevoli. Ora sappiamo che possiamo vivere in condizioni migliori”. Ma la giustizia è ancora una cosa che si compra “it’s for sell” sentenzia Jemina. “Se tu vuoi avere giustizia devi andare con i soldi per difendere i tuoi diritti, la polizia è corrotta dai ladri, anche se si porta un ladro alla polizia questa lo lascia libero anche dopo un’ora, basta che paghi”. I ladri “collaborano con la polizia”. Credo però, continua Jemina, “che è possibile cambiare la situazione, credo nell’unione delle persone perchè da risultati positivi”.Sta crescendo, tra la gente degli slums, la consapevolezza che solo nell’unità è possibile pensare di potere fare qualche piccolo cambiamento e la gente inizia a crederci. Il fatalismo lascia il passo alla lotta per conquistare diritti che vogliono diventare acquisiti, parole che prendono forma e vita quaggiù tra il fango e la polvere, tra le fogne e l’immondizia. Anche questo luogo è parte del creato, come queste donne, questi uomini e questi bambini.Lungo questo “sabato del tempo” la vita procede tra oscurità e segni di speranza. Per gli abitanti di Grogon, conclude Jemina, ci sono alte possibilità che la situazione cambi in meglio “hight chances of things being better”. Se ci credono loro, da Korogocho, perché non dovremmo farlo anche noi?