Imparare a partecipare?

Piergiorgio Cattani ha aperto un dibattito interessante nel suo articolo di ieri sul Trentino. La partecipazione dei cittadini ai processi democratici nella comunità trentina. Gli italiani ormai sono abituati più a ascoltare e guardare politica che a farla. I talk show occupano i palinsesti delle televisioni per l’intera settimana. Siamo una comunità che ascolta molto e che partecipa poco o per nulla, non solo online. In una trasmissione di molti anni fa Enzo Biagi intervista Pasolini chiedendogli cose ne pensasse dello strumento televisione. Pasolini rispose “solo io e lei possiamo parlare e confrontarci, i telespettatori possono solo ascoltare. Non mi pare un buon sistema.”

Dobbiamo riprenderci dalla comunicazione politica quasi solo mediata dai media di questi anni sempre uguale, fintamente propositiva alla partecipazione. Abbiamo bisogno di una comunicazione politica che sia di rappresentazione e argomentazione dello spazio pubblico insieme alla comunità. Dobbiamo uscire da quel personaggio di Strauss (raccontato nel bel libro di Innerarity) quando durante una cena urlò un “psssst” verso i clienti degli altri tavoli. Tutti si girarono spaventati e curiosi. L’uomo a quel punto disse: “No, non è niente” . I clienti presero in giro colui che per un secondo li aveva invitati ad ascoltare trasformando una sala con tanti interessi e conversazioni in un silenzio e un interesse unico dovuto da uno stupido e inutile “pssst”.

Oggi purtroppo per quel che si vede in giro, la comunicazioni politica è ancora questo. E è soprattutto per questo che la democrazia è in crisi. C’è bisogno di maturare una visione di democrazia più adatta al tempo in cui viviamo. I cittadini sono frustrati perché non sentono di poter influire davvero sulle decisioni che contano. Il punto è questo: la democrazia è il sistema che i cittadini hanno per influire nelle decisioni. E

allora la domanda non è solo come internet può aumentare la capacità dei cittadini di influire. Ma inquadrata in un dibattito sulla riforma delle istituzioni nel senso che abbiano a loro volta un impatto su ciò che conta”. Uno dei metodi è quello dei media civici e dell’informazione responsabile e basata sui fatti; perchè la speranza è devastata ogni volta che si discorre con pregiudizi.

Opportunità e speranze non mancano. Nelle comunità ci sono centinaia migliaia di politici, di narratori, è da loro che dobbiamo ripartire, in un sistema di apprendimento continuo. Con civismo e con la consapevolezza che il metodo di una ricerca continua del sapere come stanno le cose è la cosa migliore possibile.

La Provincia di Trento proprio nelle settimane scorse ha proposto online attraverso i media civici la prima consultazione pubblica sul programma di sviluppo provinciale. E nei prossimi giorni sta lavorando per ascoltare e chiedere ai cittadini sul tema sanità e urbanistica.

Non è un percorso facile ma ha il merito di essere la prima PA nazionale a provare a includere e far partecipare i cittadini negli istituti democratici con un patto pubblico non solo di ascolto ma anche di recepire dove opportuno il parere dei cittadini.

E’ un percorso di ricerca e nessuno può aspettarsi i numeri di altri social network, ma è un percorso iniziato. I politici se ne devono occupare, i cittadini se ne devono occupare. Se non lo facciamo questi spazi e questa opportunità la useranno gli altri. Dobbiamo imparare a partecipare.

Quanto vale la tessera fedeltà del supermercato?

Una nota azienda pochi mesi fa ha presentato lo spazzolino da denti interattivo, non ti lava i denti da solo ma è collegato al tuo telefono e ti dice quali denti hai lavato o meno, se stai facendo troppa pressione, se ti sei risciacquato per bene. I frigoriferi mandano email e ti dicono cosa hai mangiato e quando andare a fare la spesa e saranno presto in vendita. Gli esperti chiamano tutto questo l’internet delle cose. Significa che sempre più oggetti, con dei sensori, sono collegati in internet. E spesso sono oggetti che utilizziamo tutti i giorni. Pneumatici, termostati, scaffali, parcometri, carrelli della spesa, (questi li fanno in una coraggiosa e innovativa azienda trentina) e tanto altro. Talmente tanto che stime recenti dimostrano che ogni secondo nel mondo si connettono a Internet 80 nuovi oggetti. 50 miliardi di oggetti, ma è una stima al ribasso, nel 2020, circa il 3% di tutti gli oggetti esistenti. Tutto questo a prima vista può sembrare solo una cosa divertente o poco altro ma non è così.

Ogni gesto che facciamo nell’epoca digitale ha un valore anche economico. Passare con l’auto sotto il telepass, dare la tesserina fedeltà al supermercato, entrare in un negozio, camminare in un incrocio di una via del centro, scrivere su Facebook.  Tutte questi dati diventano informazioni e valgono miliardi per le aziende. Fino ad oggi tutti questi dati aumentano il fatturato delle grandi aziende che ne dispongo e li rivendono ma sta nascendo un nuovo mercato.

I servizi per la gestione delle informazioni personali. Un recente studio nel Regno Unito  ha valutato che servizi preposti a aiutare le persone  a raccogliere e gestire i propri dati costituirebbero circa 21 miliardi di euro, circa l’1,2 % dell’economia del paese. I servizi servono per raccogliere, memorizzare, gestire, utilizzare e condividere i propri dati sotto il proprio controllo per rendere migliore la vita e le decisioni di acquisto. I costi di raccolta, della conservazione, dell’uso e della distribuzione delle informazioni sono in calo rispetto ai costi di qualsiasi altra merce nella storia. Siamo ormai nella terza rivoluzione non industriale ma della conoscenza. Da una parte il sistema capitalistico ormai nella sua fase calante e dall’altra le informazioni, bene comune e condivise. Oggi più di 2 miliardi di persone creano e mettono online grazie ai loro cellulari e ai loro computer una massa incredibile di informazione, il tutto a costo marginale quasi zero. E stanno arrivando le stampanti 3D e le persone già vendono energia elettrica verde a costo marginale quasi pari a zero e cosi in tanti altri settori. Una parte sempre più grande di servizi e beni che costituiscono la vita economica sono a costo marginale zero quindi praticamente gratuiti.

E’ anche per questo che da qualche parte c’è qualcuno disposto a pagare per conoscere la canzone che cantiamo sotto la doccia. Se Google e Facebook riempiono la nostra vita di sensori è evidente che saranno loro a avere tutte le informazioni possibili. Google ha superato in investimenti tutte le aziende automobilistiche per studiare e produrre l’automobile senza conducente. Tra non molto queste auto saranno sul mercato a un prezzo irrisorio. Con un piccolo particolare. Sul tetto avranno un apparecchio che fotograferà ogni cosa in tempo reale durante i nostri spostamenti. Google quasi regalerà le automobili e in cambio noi costruiremo per lui il nuovo Google maps.

Ma per quanto tempo saremo disposti a regalare dati e ricchezza a queste aziende? Quando inizieremo a capire che disporre dei nostri dati e venderli cambierebbe il paradigma industriale?

Il compito della politica è studiare norme e regolamenti che tutelino i dati e i loro proprietari e aiutare i cittadini nella produzione di questi servizi.

21 miliardi di euro a disposizione prodotti dai cittadini solo facendo quello che facciamo già tutti i giorni; sono 1200 euro circa pro capite che tornerebbero nelle nostre tasche, qualcosa di più di 80 euro. E’ il momento di pensarci.

Lavorare per facebook

Sareste disposti a lavorare per un centesimo all’ora per Facebook? Lo facciamo già.
Nell’ultimo quarto, Facebook ha riferito che aveva 1,32 miliardi di utenti, ha raccolto 2,91 miliardi dollari di fatturato e realizzato un profitto di 791 milioni dollari, per un margine di profitto del 27 per cento. Ma il profitto per utente è di poco meno di $ 0,60. Ma il dato interessante almeno per noi è che gli utenti spendono 40 minuti al giorno sul sito, o circa 60 ore per trimestre, quindi il nostro tempo di attenzione o di produzione culturale su Facebook vale circa un centesimo all’ora per gli inserzionisti pubblicitari. Lavoriamo per fb per un centesimo di dollaro all’ora.

La guerra della conoscenza

I dati OCHA del conflitto a Gaza sono sempre più drammatici. La tragedia dei morti e poi i 240 mila sfollati da casa e soprattutto da scuola. 133 scuole distrutte. E le risorse UN che in questo momento sono ovviamente destinate alla protezione, alla sanità, alla fame e molto meno all’educazione. Un popolo che non sa per Israele è molto importante.
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La Costituzione

De Biase ne scrive qui, Mantellini qui, pareri diversi. L’ho scritto spesso e oggi ancor più. Non mi sento per nulla tutelato dalla democrazia e dai suoi istituti. E non mi sento nemmeno tutelato dalle leggi. Una cosa sola credo riesca ancora a proteggermi. La Costituzione Italiana e la Repubblica. Per quanto mi riguarda per Internet vale lo stesso. Ero in Brasile, forse non è un caso se proprio lì nasce la prima Internet Bill of Right, credo nel 2002 e una delle prime cose che mi mostrarono era un libretto con impressa la Costituzione per i bambini e per gli adolescenti. Le leggi brasiliane, secondo molti, non tutelavano sufficientemente le piccole e nuove creature tra meninos de rua e prostituzione minorile;  per questo si decise di tutelarle, per farle crescere e per garantire loro un futuro attraverso una Costituzione specifica. Un segnale molto forte di attenzione verso chi non è protetto, verso chi ha un futuro incerto e non ha mezzi strumenti per capire e farvi fronte davanti a tutto il resto che spinge per sfruttarti e non darti nulla in cambio. Internet non è forse lo stesso ora? Non ha sicuramente bisogno di leggi, di gabbie, di costrizioni, ma di una mano salda e sicura per essere accompagnata. Credo che la Costituzione di Internet se costruita da molti con metodo e responsabilità possa essere quella mano che ci accompagna.

I “pssst” della comunicazione politica

Mercoledì mattina a Trento parliamo un po’ di come i media civici e la comunità possono essere d’aiuto per la pubblica amministrazione e la politica. Dobbiamo riprenderci da 30 anni di occupazione delle sfera pubblica/privata, quello spazio dove si articolano gli interessi comuni e si gestiscono le diversità, da parte della politica e della PA che ha deresponsabilizzato i cittadini e tolto loro qualsiasi gestione del bene comune. Dobbiamo anche riprenderci dalla comunicazione politica di questi anni sempre uguale, sempre markettara, fintamente propositiva alla partecipazione. Abbiamo bisogno di una comunicazione politica che sia di rappresentazione e argomentazione dello spazio pubblico insieme alla comunità. Dobbiamo uscire da quel personaggio di Strauss (raccontato nel bel libro di Innerarity) quando durante una cena urlò un “psssst” verso i clienti degli altri tavoli. Tutti si girarono spaventati e curiosi. L’uomo a quel punto disse: “No, non è niente” . I clienti presero in giro colui che per un secondo li aveva invitati ad ascoltare trasformando una sala con tanti interessi e conversazioni in un silenzio e un interesse unico dovuto da uno stupido e inutile “pssst”. Oggi purtroppo per quel che si vede in giro, compresa l’ultima tornata europea, la comunicazioni politica è ancora questo.

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Cosa fa Google?

Larry Page dice e fa tante cose:
- il 50% dello spazio di los angeles e della maggior parte delle città del
mondo è occupato da auto e parcheggi
- è preoccupato perche deve proteggere le nostre informazioni dal governo degli Stati Uniti
- se tutte le cartelle cliniche del mondo fossero online, in maniera anonima, salveremo 100 mila vite all’anno
- ha costruito un’auto che si è fatta 160 mila km senza conducente, tra poco quindi nessuno guiderà più.
- in pochi anni con il progetto loon (i palloni di alta quota che distribuiscono Internet nel mondo) rendere Internet usufrubile ai 2/3 del mondo che ora non hanno accesso
qui dice anche dove andrà Google…

La fine della democrazia universale

La crisi della democrazia universale e della politica passa anche attraverso i territori.
La fine della democrazia universale per cui tutti siamo uguali tutti con gli stessi bisogni è evidente. Siamo persone diverse, con talenti diversi, pensieri diversi. Persone diverse che si devono accettare e confrontare. Possiamo ripartire dal concetto di democrazia comunitaria. Persone che insieme utilizzano e migliorano il bene pubblico della loro comunità
Le regioni italiane fino alla loro nascita nel 1947 erano compartimenti geografici definiti per esigenze statistiche (compartimenti statistici, Pietro Maestri Statistica del Regno d’Italia, opera edita a Firenze, 1864). Una nuova definizione geografica e amministrativa del territorio italiano è possibile? Un metodo che definisce le comunità e i territori in base alla gestione intelligente del bene comune.
La Società Geografica Italiana inizia il ragionamento ridefinendo l’Italia amministrativa,  i confini delle regioni, trasformandole in 36 provincie in base alle infrastrutture di rete di trasporti e di comunicazione.

Quale licenza per i media civici?

In Trentino dal 1200 circa ci sono le Regole di comunità.
La gestione di prati e dei boschi sia nello sfruttamento che nella manutenzione e miglioramento spetta ai Regolieri che sono gli abitanti della comunità. E per gli abitanti in difficoltà i Regolieri intervengo con mutuo soccorso, con reciprocità non solo per la comunità dei Regolieri ma anche per gli abitanti confinanti.
I media civici sono pensati per la comunità e sono un bene collettivo della comunità che ne adotta e condivide il metodo. Solo l’adozione del metodo, civico, garantisce il diritto per la comunità all’utilizzo e direi allo sfruttamento del medium civico. E ancora spetta alla comunità che adotta il metodo la gestione, il mantenimento e il miglioramento. Abitare civicamente è la proprietà dei diritti e doveri sul bene comune del medium civico.
Perché i media civici ahref non sono per ora open source? Ci piacerebbe lavorare con chi vorrà per una nuova definizione di licenza per i media civici. Le licenze open source non bastano.

Frenitalia e basta

Un contest messo a disposizione da @fondazioneahref con un premio per partecipare alla scuola di data journalism che organizziamo ogni anno con ISTAT.
Un’anno di lavoro di @davidemancino1 sui ritardi di trenitalia. Un’anno di raccolta dati e di infografiche. Un anno di lavoro che vale mille di questi contest.

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