La storia di Agitu

Qualche anno fa una ragazza di 19 anni parte da Addis Abeba decide di venire in Italia a studiare, a Roma. Trova amici e un territorio accogliente. Finiti gli studi decide di tornare a casa sugli altipiani etiopi. Passa qualche anno a combattere il land grabbing che le multinazionali fanno nelle sue terre. Diventa un persona scomoda tanto che le multinazionali iniziano a minacciarla. E quelle lobby sono così forti che riescono a far spiccare un mandato di arresto nei suo confronti costringendola ad andarsene. Si appassiona e impara l’agricoltura, si ricorda di un viaggio fatto tanti anni prima in Trentino e decide di tornarci. In Val di Gresta trova un terreno civico e un vecchio casolare; se ne avrà cura li potrà utilizzare. CI ricava un piccolo appartamento e un caseificio, compera 15 capre della Val dei Mocheni, si accorge che sono simili alle capre degli altipiani etiopi e prova a introdurre il sistema di allevamento etiope in Val di Gresta, in Trentino a 10 mila km di distanza da dove aveva imparato. Se passate in Val di Gresta, passateci, troverete il sorriso e la competenza di Agitu e del buon formaggio biologico che ha il profumo della terra degli altipiani etiopi.
La ringrazio per essere venuta a raccontare la sua storia a #180secondi.

Il suo racconto dal minuto 54

4miliardi contro 2miliardi

Puntuale a fine anno arriva il rapporto della WWW Foundation di Tim Berners Lee sullo stato di salute del Web. Vi sono molti dati noti ma il racconto del rapporto è fatto soprattutto e bene per raggiungere un vasto numero di lettori.

Rimango importanti alcune analisi:
– Mentre l’uso di Internet è salito dal 45% al 78% nei paesi ad alto reddito dal 2005, nei paesi a basso reddito è rimasto al di sotto del 10% anno dopo anno. La penetrazione di Internet è cresciuta di un solo punto percentuale all’anno dal 2011-2013 nei paesi a basso reddito

- Nei paesi più poveri, i relativi costi di accesso a Internet rimangono oltre 80 volte superiore a quello dei paesi ricchi – mentre l’uso di Internet è di 10 volte inferiore.
– Uno su cinque utenti Internet di sesso femminile vivono in paesi in cui è improbabile che possano essere puniti molestie e gli abusi alle donne online.
– Mentre più di quattro miliardi di persone non godono del diritto fondamentale di accesso al Web, i diritti di altri due miliardi di utenti di Internet sono fortementi limitati.
– La libertà di utilizzare pienamente il Web è a portata di una sola su sette persone del pianeta.

L’urgenza è evidente. La democrazia è in crisi, il web può aiutarla e è un’opportunità per migliorarla. Il divario tra 4 miliardi di persone che non hanno accesso a Internet e che vivono per lo più in regimi dittatoriali o semi democratici e i due miliardi che lo hanno deve essere colmato. Credo che il compito più grande spetti agli abitanti della rete. In discussione non è solo la libertà di quei 4 miliardi che vivono in dittature o simili ma anche la democrazia.

Mister Wifi

La storia di Guglielmo Marconi è l’ennesimo emblema di come l’Italia sia rimasta a 140 anni fa. Mister Wifi, grazie a lui possiamo navigare in wifi oltre a ascoltare la radio e tanto altro, alla fine del 1800 chiese di poter presentare la sua idea di trasmissione via onde radio al Ministro delle Poste, tale Guido Lacava. Ovviamente non ebbe mai risposta e così il ventitreenne Marconi parti per Londra, in cerca di capitale e di qualcuno che lo ascoltasse. Pare di leggere le cronache di oggi a proposito di innovazione, talenti, ricerche, ma siamo nel 1896. In breve sulle rive del Tamigi brevetta le prime idee, è ricevuto da politici, ministri e investitori e lancia la prima startup wifi della storia grazie alle prime CENTOMILA sterline di investitori pubblici/privati inglesi. In Italia il ministro a cui aveva chiesto udienza liquidò la sua lettera con la scritta «alla Longara», intendendo il manicomio di via della Lungara a Roma.

Non chiamiamola Agenda Digitale

I nuovi digital champion. Il presupposto è che l’Agenda Digitale fa ormai parte delle agende di tutti noi. E insieme dobbiamo scriverla. Il senso di quello che facciamo ora costruirà anche con l’Agenda Digitale il nostro futuro. Questo è il significato dell’Agenda. Per ricostruire c’è bisogno delle idee di tanti, c’è bisogno delle buone competenze anche e soprattutto territoriali. Perchè sono i territori e i loro abitanti i primi destinatari delle azioni dell’Agenda. E sono i territori che hanno le competenze che conoscono e interpretano il bisogno delle comunità. Con l’efficienza tecnologica delle competenze territoriali si possono prendere con metodo federale e insieme le decisioni per scrivere l’Agenda. Il metodo per scrivere l’agenda è quello delle proposte. Raccogliere quanto già è stato fatto di buono nelle comunità sarebbe già un buon inizio. Chi contribuirà a tutto questo  con o senza le nomine di Luna sarà importante, molto. Imho

Falce, martello e Google

Il parlamento europeo limita gli utenti a usare Google, anche se non è ancora tutto chiaro come. Che è come dire a un artigiano il martello lo usi solo dalla parte della punta. E facendo questo limita Google nella continua ricerca innovativa. Che è come dire a chi produce martelli da oggi in poi li fai solo con la punta. Non mi interessa se per colpa della mia decisione farai meno ricerca e innovazione devo tutelare gli utenti che non si spacchino le dita usando il martello dalla parte più pesante. Forse il parlamento europeo avrebbe dovuto legiferare in questi molti anni per dare strumenti utili e critici ai cittadini per far capire che il web non è solo Google e Facebook. Forse i media avrebbero dovuto raccontare che internet e il web non sono solo pedofilia, pornografia e un fenomeno da freakettoni californiani. Forse noi cittadini avremo dovuto partecipare di più alla costruzione di senso del
Web e non subirlo passivamente come subiamo lo spazio pubblico da 30 anni a questa parte. Facebook e Google fanno terribilmente bene il loro lavoro e giustamente lo fanno per fare profitto. E alcuni di questi sono pure incredibili ricercatori di futuro. Noi, i media e soprattutto la politica non stiamo facendo altrettanto.

Pagelle in Trentino

Ieri e oggi ho passato due giorni al Mart, tra mostre e convegni. Ieri ho ascoltato Luca de Biase (senza voto perché sono di parte ma per me vale sempre almeno 9) raccontare di social network e arte. C’era anche la direttrice Collu (voto 9) silenziosa e da oggi dimissionaria. Non ho competenza per dire se fosse più o meno brava. Tutto quello che ho visto al Mart (9 al mart e 9 a chi l’ha voluto, provate a girare per l’Italia o l’Europa e contate quanti ce ne sono) in questi ultimi anni però mi é sempre piaciuto. Ieri in sala per ascoltare cose molto interessanti c’erano si e no 20 persone. (Voto 10 a chi c’era, voto 5 di stima ai roveretani e ai trentini che si son persi un bel racconto) . Oggi ho partecipato come relatore (voto 4 a me per la relazione e per le pagelle che non si devono dare) e ho ascoltato la presentazione di una startup finanziata da Trento Rise che ha sviluppato un app per musei davvero interessante, voto 9 a loro e 9 Trento Rise. Due giorni in cui ho visto competenze e talenti messi in questi mesi alla porta dal Trentino. Luca de Biase e la fondazione ahref, la direttrice Collu che si é ritrovata un cda (voto 2) con una presidente Vescovi, (voto 2, io non accetterei mai di andare a fare condizionatori, non li so fare, in giro ci sono talenti e competenze straordinarie per farlo) che di mestiere appunto fa condizionatori e un membro a caso, Lunelli, che fa spumanti (voto 2 per lo stesso motivo) Bravissimi (voto 9 a entrambi) a fare quelle cose ma punto. Voto 1 alla provincia di Trento che sta ridimensionando Trento Rise, che non ascolta gli acceleratori di startup sul territorio e che ha eletto un cda del Mart così mandando a casa di fatto la direttrice. Ha anche liquidato la fondazione ahref ma sono di nuovo di parte e qui il voto non vale :)

Il fact checking del ministro Alfano

Diego Bianchi a Gazebo ricostruisce la manifestazione degli operai delle acciaierie Thyssen Krupp di Terni.
Mi hanno colpito alcune cose:
– Bianchi ricostruisce la giornata con un factcheking attento grazie a una piccola telecamera rispetto alle risorse dei media nazionali presenti. Non è solo fortuna.
– I molti video apparsi non sono riusciti a fare lo stesso factcheking ma sono stati solo interpretati da molti spesso ideologicamente.
– E’ evidente per chi vede lo straordinario factcheking di Bianchi che gli operai caricati e manganellati non volevano andare alla Stazione Termini come ha provato a dimostrare in Parlamento il giorno dopo il Ministro Alfano
– Che il Ministro dell’Interno italiano non abbia gli strumenti per fare un factcheking è molto grave.
– Giovanni Minoli a Mix 24, la storia, la scorsa settimana ricostruisce molto bene la storia delle acciaierie Krupp (poi Thyssen Krupp) a partire dalla produzione di armi e all’appoggio per la Gemania di Hitler.

Imparare a partecipare?

Piergiorgio Cattani ha aperto un dibattito interessante nel suo articolo di ieri sul Trentino. La partecipazione dei cittadini ai processi democratici nella comunità trentina. Gli italiani ormai sono abituati più a ascoltare e guardare politica che a farla. I talk show occupano i palinsesti delle televisioni per l’intera settimana. Siamo una comunità che ascolta molto e che partecipa poco o per nulla, non solo online. In una trasmissione di molti anni fa Enzo Biagi intervista Pasolini chiedendogli cose ne pensasse dello strumento televisione. Pasolini rispose “solo io e lei possiamo parlare e confrontarci, i telespettatori possono solo ascoltare. Non mi pare un buon sistema.”

Dobbiamo riprenderci dalla comunicazione politica quasi solo mediata dai media di questi anni sempre uguale, fintamente propositiva alla partecipazione. Abbiamo bisogno di una comunicazione politica che sia di rappresentazione e argomentazione dello spazio pubblico insieme alla comunità. Dobbiamo uscire da quel personaggio di Strauss (raccontato nel bel libro di Innerarity) quando durante una cena urlò un “psssst” verso i clienti degli altri tavoli. Tutti si girarono spaventati e curiosi. L’uomo a quel punto disse: “No, non è niente” . I clienti presero in giro colui che per un secondo li aveva invitati ad ascoltare trasformando una sala con tanti interessi e conversazioni in un silenzio e un interesse unico dovuto da uno stupido e inutile “pssst”.

Oggi purtroppo per quel che si vede in giro, la comunicazioni politica è ancora questo. E è soprattutto per questo che la democrazia è in crisi. C’è bisogno di maturare una visione di democrazia più adatta al tempo in cui viviamo. I cittadini sono frustrati perché non sentono di poter influire davvero sulle decisioni che contano. Il punto è questo: la democrazia è il sistema che i cittadini hanno per influire nelle decisioni. E

allora la domanda non è solo come internet può aumentare la capacità dei cittadini di influire. Ma inquadrata in un dibattito sulla riforma delle istituzioni nel senso che abbiano a loro volta un impatto su ciò che conta”. Uno dei metodi è quello dei media civici e dell’informazione responsabile e basata sui fatti; perchè la speranza è devastata ogni volta che si discorre con pregiudizi.

Opportunità e speranze non mancano. Nelle comunità ci sono centinaia migliaia di politici, di narratori, è da loro che dobbiamo ripartire, in un sistema di apprendimento continuo. Con civismo e con la consapevolezza che il metodo di una ricerca continua del sapere come stanno le cose è la cosa migliore possibile.

La Provincia di Trento proprio nelle settimane scorse ha proposto online attraverso i media civici la prima consultazione pubblica sul programma di sviluppo provinciale. E nei prossimi giorni sta lavorando per ascoltare e chiedere ai cittadini sul tema sanità e urbanistica.

Non è un percorso facile ma ha il merito di essere la prima PA nazionale a provare a includere e far partecipare i cittadini negli istituti democratici con un patto pubblico non solo di ascolto ma anche di recepire dove opportuno il parere dei cittadini.

E’ un percorso di ricerca e nessuno può aspettarsi i numeri di altri social network, ma è un percorso iniziato. I politici se ne devono occupare, i cittadini se ne devono occupare. Se non lo facciamo questi spazi e questa opportunità la useranno gli altri. Dobbiamo imparare a partecipare.

Quanto vale la tessera fedeltà del supermercato?

Una nota azienda pochi mesi fa ha presentato lo spazzolino da denti interattivo, non ti lava i denti da solo ma è collegato al tuo telefono e ti dice quali denti hai lavato o meno, se stai facendo troppa pressione, se ti sei risciacquato per bene. I frigoriferi mandano email e ti dicono cosa hai mangiato e quando andare a fare la spesa e saranno presto in vendita. Gli esperti chiamano tutto questo l’internet delle cose. Significa che sempre più oggetti, con dei sensori, sono collegati in internet. E spesso sono oggetti che utilizziamo tutti i giorni. Pneumatici, termostati, scaffali, parcometri, carrelli della spesa, (questi li fanno in una coraggiosa e innovativa azienda trentina) e tanto altro. Talmente tanto che stime recenti dimostrano che ogni secondo nel mondo si connettono a Internet 80 nuovi oggetti. 50 miliardi di oggetti, ma è una stima al ribasso, nel 2020, circa il 3% di tutti gli oggetti esistenti. Tutto questo a prima vista può sembrare solo una cosa divertente o poco altro ma non è così.

Ogni gesto che facciamo nell’epoca digitale ha un valore anche economico. Passare con l’auto sotto il telepass, dare la tesserina fedeltà al supermercato, entrare in un negozio, camminare in un incrocio di una via del centro, scrivere su Facebook.  Tutte questi dati diventano informazioni e valgono miliardi per le aziende. Fino ad oggi tutti questi dati aumentano il fatturato delle grandi aziende che ne dispongo e li rivendono ma sta nascendo un nuovo mercato.

I servizi per la gestione delle informazioni personali. Un recente studio nel Regno Unito  ha valutato che servizi preposti a aiutare le persone  a raccogliere e gestire i propri dati costituirebbero circa 21 miliardi di euro, circa l’1,2 % dell’economia del paese. I servizi servono per raccogliere, memorizzare, gestire, utilizzare e condividere i propri dati sotto il proprio controllo per rendere migliore la vita e le decisioni di acquisto. I costi di raccolta, della conservazione, dell’uso e della distribuzione delle informazioni sono in calo rispetto ai costi di qualsiasi altra merce nella storia. Siamo ormai nella terza rivoluzione non industriale ma della conoscenza. Da una parte il sistema capitalistico ormai nella sua fase calante e dall’altra le informazioni, bene comune e condivise. Oggi più di 2 miliardi di persone creano e mettono online grazie ai loro cellulari e ai loro computer una massa incredibile di informazione, il tutto a costo marginale quasi zero. E stanno arrivando le stampanti 3D e le persone già vendono energia elettrica verde a costo marginale quasi pari a zero e cosi in tanti altri settori. Una parte sempre più grande di servizi e beni che costituiscono la vita economica sono a costo marginale zero quindi praticamente gratuiti.

E’ anche per questo che da qualche parte c’è qualcuno disposto a pagare per conoscere la canzone che cantiamo sotto la doccia. Se Google e Facebook riempiono la nostra vita di sensori è evidente che saranno loro a avere tutte le informazioni possibili. Google ha superato in investimenti tutte le aziende automobilistiche per studiare e produrre l’automobile senza conducente. Tra non molto queste auto saranno sul mercato a un prezzo irrisorio. Con un piccolo particolare. Sul tetto avranno un apparecchio che fotograferà ogni cosa in tempo reale durante i nostri spostamenti. Google quasi regalerà le automobili e in cambio noi costruiremo per lui il nuovo Google maps.

Ma per quanto tempo saremo disposti a regalare dati e ricchezza a queste aziende? Quando inizieremo a capire che disporre dei nostri dati e venderli cambierebbe il paradigma industriale?

Il compito della politica è studiare norme e regolamenti che tutelino i dati e i loro proprietari e aiutare i cittadini nella produzione di questi servizi.

21 miliardi di euro a disposizione prodotti dai cittadini solo facendo quello che facciamo già tutti i giorni; sono 1200 euro circa pro capite che tornerebbero nelle nostre tasche, qualcosa di più di 80 euro. E’ il momento di pensarci.

Lavorare per facebook

Sareste disposti a lavorare per un centesimo all’ora per Facebook? Lo facciamo già.
Nell’ultimo quarto, Facebook ha riferito che aveva 1,32 miliardi di utenti, ha raccolto 2,91 miliardi dollari di fatturato e realizzato un profitto di 791 milioni dollari, per un margine di profitto del 27 per cento. Ma il profitto per utente è di poco meno di $ 0,60. Ma il dato interessante almeno per noi è che gli utenti spendono 40 minuti al giorno sul sito, o circa 60 ore per trimestre, quindi il nostro tempo di attenzione o di produzione culturale su Facebook vale circa un centesimo all’ora per gli inserzionisti pubblicitari. Lavoriamo per fb per un centesimo di dollaro all’ora.